MAURIZIO PIROVANO IN “IL TEMPO PERDUTO”

E’ questo il titolo del quinto album in studio del cantautore lombardo, in attività dal 2005.

“PIANGERESTI PER ME” è la traccia di apertura del disco, in cui L’ascoltatore viene subito investito da un rock leggero,come una brezza,che riecheggia le sonorità dei kings of Lions e la voce storica dei Nomadi ,unendo così due stili diversi e rendendo la musica di Maurizio sempre originale.

Un ritornello che colpisce, quasi turbandoci, perché racchiude perfettamente tutto quello che di solito ci porta a soffrire e ad emozionarci, tutto quello che ci rende vivi e costruisce la nostra identità ovvero, i lati chiaroscuri dell’esistenza: “Quante sono le illusioni ,fra porte in faccia storie e amori, soltanto per capire i fine che,che non c’è niente da cercare ,se scopri ciò che hai in fondo al cuore, il tempo compra, paga porta via con sé. Le illusioni, le porte in faccia, gli amori che possono avere due visioni ( positiva o negativa), questo Tempo, si dice essere un buon amico per guarire, ma che, inevitabilmente ci segna, dentro e fuori, sul volto e sul cuore. Un cuore che come uno scrigno, per Maurizio, racchiude la risposte alle nostre domande, ai nostri rimpianti e dubbi: Se scopri cos’hai in fondo al cuore, capisci che non c’è niente da cercare”, non dobbiamo chiuderci nel passato o andare alla cieca verso il futuro, perché la nostra identità, il nostro io, si costruisce pian piano ogni giorno. Ogni nostra esperienza o incontro, rimane dentro di noi per sempre, non siamo manchevoli di nulla, non ci manca niente (anche se il mondo continua a farcelo credere), abbiamo tutto nel nostro cuore, basta scoprirlo . Ed ecco che, già dalla prima canzone, capiamo la profondità d’animo di questo artista e la sua straordinaria cura nella scelta delle parole, qui infatti il verbo scoprire può esser inteso attraverso il duplice significato: conoscenza, rivelazione, sia come mostrare, esporre, non tenere questo “scrigno” chiuso come fosse un vecchio baule in soffitta.E come ogni scoperta, ci porta qualcosa di nuovo con sé, ci arricchisce, ci mette a conoscenza di qualcosa che prima ignoravamo e tutto questo, ci può cambiare,ci può aiutare e dare quelle “piccole consolazioni” ai lati oscuri della vita.

Uno dei brani di maggior impatto del disco è sicuramente “CARAMELLE” in cui un sound energico, coinvolge un rock elettronico, e la tipica vocalità del cantautorato italiano, ma ben amalgamata a sonorità moderne d’oltreoceano. In questa seconda traccia, l’aggressività delle chitarre bene accompagna lo sfogo di Maurizio che canta: “Di caramelle non ne voglio più. Un’ invettiva alla società del nostro tempo, stanco di un sistema che vuole addolcir,e offrendo false promesse, e ancora “Di caramelle non ne mangio più ho troppi segni in faccia” ,Maurizio vuole far bene intendere che ora, come adulto, non può più crederci: sa bene cosa ci cela sotto tutto quello zucchero infatti continua con : “Tutti in equilibrio precario,aspettando invano un’altra identità” . Uno sguardo accigliato rivolto ad una società che ci rimpinza, ma senza saziarci, riempiendoci soltanto di promesse vuote. Il cantautore prende di mira anche una triste conseguenza di questo mondo così improntato sull’apparenza, ovvero la moda dei selfie: Con le nostre facce da fotografia,autoscatti ,selfie ,istagram”, che ci rendono passivi e succubi di un sistema basato sull’apparire dove diventiamo solo spettatori. E intanto il mondo gira e va, ma un giorno prima o poi si fermerà”: con le foto noi fermiamo continuamente momenti e tutto ciò ferma anche noi, mentre il mondo non si arresta mai, il tempo continua a scorrere e quando si fermerà, sarà troppo tardi per noi, per questo non dobbiamo sprecarlo: “Siamo tutti in viaggio per l’aldilà , tutti alla ricerca di una melodia, in questo brano, Maurizio ci ridesta e ci invita ad agire, ad avere un approccio attivo, da protagonisti.

Una bellissima ballad punk /rock, arriva con “LASCIATI ANDARE”, dove l’impostazione vocale e l’approccio ironico del testo, ci fa pensare anche agli Zen Circus. Un racconto di come una scena quotidiana, nella sua monotonia può fare da specchio alla nostra condizione e farci quindi riflettere.

Maurizio inquadra quindi, con una metafora, sé stesso e intravede, come in una lente d’ingrandimento, una nuova visione che lo invita a cambiare: “Dopo tutte le mattine , che hai passato sopra un letto ti sei accorto a 40 anni ,di sentirti un po’ più vecchio”. Dormire è un’ azione che compiamo tutti quanti, senza nemmeno pensare a quanto tempo passiamo a letto e quanto ne sottraiamo a noi stessi, sentendoci il giorno dopo “un po’ più vecchi”. Ecco allora un terzo invito, che come una struttura circolare, imbastisce tutto il disco: un invito all’azione, all’essere attivi, partecipi, a non stare a guardare ma vivere, lasciandoci andare ,come infatti dice anche il titolo “Lasciati andare, perché quello che conta qui nessuno lo sa” . Nella strofa successiva, viene descritta un’altra azione quotidiana, quasi una seconda e più vivida immagine di come viviamo: il presente prende coscienza e questo, la consapevolezza, ci salva, perché ci dà la possibilità di decidere, di essere noi a scegliere come vivere: Dopo tutte le mattine,fermo in coda in tangenziale, ti sei accorto che l’inferno, è una vita tutta uguale, la frase che racchiude forse il l’intero messaggio del disco, il senso della sua ricerca interiore che si ripropone anche all’esterno,dove società ed individuo si confondono, si assomigliano e si schiacciano. Per Maurizio, è la staticità la nostra morte: quando tutto è uguale, tutto si confonde, si annichilisce, si svilisce,si percepisce come scontato e allora, non lo si vede più anche se è di fronte a noi, perde di consistenza, risulta impalpabile, invisibile ed ecco non è più niente,si appiattisce, cessa di esserci e di esistere…e questo è lo sbaglio più grande. Si sente in questo brano, la necessità di restituire densità e spessore alla vita e a noi stessi, perché è difficile capire e discutere di qualcosa in cui siamo immersi e Maurizio per questo, c’ invita a riprenderne coscienza, non più stando fermi, in fila ma lasciandoci andare, perchè è nella mutevolezza che le cose cambiano, ed è nel cambiamento che le cose accadono; inoltre, dopo la dura realtà dello scorrere del tempo che ci consuma, arriva anche la positività della novità che ci riserva il futuro: Ci saranno giorni migliori e scriveremo nuove canzoni, ci saranno giorni migliori e indosseremo nuovi colori”.

A riportarci tra il sound degli U2 è invece una struggente ballad, molto intima e suggestiva, che inizia così: “Genova, New York o San Francisco, non cambierà mai molto, Vivere comunque è una scommessa,da perdere se vuoi,seduti su una seggiola”. Non importa la città dove si abita, “vivere” ,ci canta Maurizio, è comunque una scommessa e questa dichiarazione porta con sé una sfida .Eccoci di nuovo esortati: la staticità è la più grande nemica, una chimera alleata del tempo che può distruggerci, sta quindi a noi scegliere se stare seduti su una seggiola e perdere; inoltre Maurizio ci suggerisce che non importa quello che ci circonda, siamo noi che dobbiamo guardare le cose nel modo diverso, condividendo in parte anche un pensiero dello psicologo Paul Watzlawick, il quale affermava che: ’La soggettività della percezione porta fatalmente all’autoinganno e per uscire dalla trappola, un primo passo è cercare di osservare il problema da punti di vista diversi. Saper entrare e uscire dalle strutture per non restarci intrappolati’.

A dare ampio respiro alle parti strumentali e ai cori è “SEDICI ANNI”, un inteso brano rock, dove si delinea il parallelismo con “La ricerca del tempo perduto”, di Marcel Proust, in quanto anche Maurizio è tornato come in un flashback a ripensare alla sua adolescenza, ad un momento in cui si sentiva felice, a ricercare quel tempo perduto. Come nel romanzo di Proust, il cantautore ripercorre con la memoria, un viaggio interiore, ascoltando la sua interiorità per trovare le risposte. Tema del brano è infatti il tempo: il tempo perduto o meglio il tempo passato; ma non è solo un viaggio nella memoria che dentro di noi preserviamo, ma una riflessione su come il tempo, lo scorrere del tempo, sia soggettivo. Si riscontra quindi, anche un lieve accenno alla filosofia di Bersgson, su come la durata del tempo non sia solo quantitativa , fisica ma più che altro qualitativa, interiore; infatti a sedici anni, quando hai tutta la vita davanti, il tempo è percepito in maniera diversa da come lo si vive a quaranta: A 16 anni,un anno è un secolo, hai il mondo tutto da scoprire , a quell’età ti affacci al mondo con serenità perché A 16 anni le conseguenze dell’amore ancora non si fanno sentire, qui Maurizio si veste un po’ di malinconia e nel ritornello canta che il tempo non basta, ma questa nostalgia non si rassegna e, come eco di ricordi, risuona poi in queste domande che ci pone: E se potessi dov’è che andresti domani? Con quali occhi ti costruiresti due ali?” e ancora Per quali sogni ti costruiresti due ali?” perché Maurizio, ben coerente con se stesso, non vuole che l’ascoltatore rimanga passivo,ma che come lui, prosegua nel suo viaggio, si scopra, si levi i vestiti che non gli appartengono e, nella sua nudità interiore, ritrovi il suo vero Io. Un viaggio porta sempre un cambiamento e qui, lo si fa con gli occhi chiusi, ma le orecchie ben aperte.

“Ad immergerci in atmosfere southern rock, richiamando anche gli Aerosmith, è invece “SENZA MAI DIRE NIENTE”, con graffianti riff di chitarra e colpi di batteria, accompagnato da frasi pungenti come : Puoi prenderti gioco di ogni povero cristo senza mai dire mai dire niente”. Parole di sdegno rivolte a chi si accontenta, a chi si nasconde dietro il silenzio, rischiando di rimanere soffocato dalle voci degli altri,. Quasi giunto al termine del disco, Maurizio ci rivela un segreto mettendoci all’erta: Puoi credere solo che sia il tempo che conta”, come in Proust, si è giunti alla conclusione che il segreto della vita sia la vita stessa, non conta quanto tempo ma come viviamo il tempo che abbiamo.

STATO DI ALLUCINAZIONE” è poil’ultima traccia del disco, ma non per importanza, in quanto è forse la più riuscita, una bellissima canzone rock, con sonorità grunge e un raffinato assolo finale. In questo brano Maurizio fa un magistrale gioco della parola “stato”, abusandone anche per tutti i sensi che ne utilizza: come stato mentale, stato d’animo, stato fisico, Stato come Nazione, stato come verbo essere, stato nel senso temporale del passato.

Per ‘stato fisico’, viene descritta anche qui, un’ azione quotidiana, che sempre sopraggiunge per rivelarci, come il susseguirsi degli eventi , prenda forma di staticità, nel momento in cui vengono vissuti come semplice routine, diventando quindi abitudine. Tale azione infatti, se spinta da una sorta di automatismo e non più azione consapevole, ci rende passivi, prevedibili e statici.

Con ottimismo ingoio lansoprazolo, la mia speranza buona per cominciare, si è già giocata tutto prima di uscire mediante l’utilizzo della metafora, il farmaco in questione, utilizzato per proteggere lo stomaco, ci fa comprendere come nella vita ci capita di indossare sempre uno scudo,un rivestimento, e come siamo poi portati ad “ingoiar”e le cose. Una sorta di sopportazione che ci allontana dalla speranza, in quanto stiamo accettando passivamente qualcosa, che quindi, non potrà mai cambiare la situazione.

Con il ritornello ecco emergere il titolo: Stato di allucinazione”, attenzione però: l’aggiunta di “apparente” ci destabilizza immadiatamente, poiché un’ allucinazione è una visione distorta, dove realtà e immaginazione si confondono,è un gioco della mente e qui si presenta infatti una contraddizione con l’apporto della parola apparente.

Questo brano è un’altra invettiva alla società attuale, una società che ci rende costantemente persi in un’ allucinazione, persi nella confusione senza che siamo noi a sceglierlo…Anzi, se vogliamo estraniarci, non ci è più possibile in quanto, per assurdo, lo siamo già: un eccezionale quadro della situazione odierna, riassunto in una così breve frase, che rende spontaneo il paragone con la scrittura tipica di Franco Battiato. Ecco poi la seconda frase, dove si precisa che è uno stato non solo mentale, ma sociale : stato di emarginazione latente” questo stato di allucinazione, che ci assorbe ed aliena, rendendoci isolati, non solo dagli latri, ma anche da noi stessi: chiusi, soli, ai margini della società e della vere esistenza : tutto ciò è latente. Siamo succubi, tutto ci viene celato da questo strato apparente/ allucinatorio…L’apparenza infatti, nasconde sempre qualcosa: ciò che appare ma non è detto corrisponda alla realtà, può essere una finzione, un inganno o un inganno sull’inganno e tutto ciò ci rende vulnerabili, ci spaventa, e allora che fare? Si cerca un rifugio :“Mii rifugio dentro ad un bicchiere” ma anche qui siamo stati anticipati!!!: “ti dicono persino quello che puoi bere, loro che si son bevuti anche il tuo futuro una triste, cruda ma efficace metafora di come si crei un vortice inespugnabile,un vero e proprio circolo vizioso da cui non si è liberi ma anzi, sempre di più imprigionati. Tutto ci viene imposto,e si prendono beffa di noi, della nostra disperazione e più cerchiamo riparo, più seguiamo il loro volere, rendendoci sempre meno persone capace di pensare e agire con la propria testa. Diventando degli zombie dipendenti, che non cercano più risposte ma solo di cancellare, di non pensare, di cadere nell’oblio; un oblio che però in cui anziché precipitare, rimaniamo insabbiati. Siamo immersi nella melma di sabbie mobili e più ci divincoliamo più rischiamo di soffocare. Non è spegnendo il cervello, che troviamo la libertà ma solo nell’usarlo possiamo essere davvero liberi e Maurizio non si arrende: anche se ancora confuso, in un sistema dove tutto è in bilico, tutto è precario,tutto è destabilizzante e non ci sono più certezze, il cantautore sceglie di agire, nell’unico modo che gli è possibile mi aggrappo ad una speranza e non so dirti quale”. Poi la canzone continua con la frase “Stato di allucinazione per sempre, one per sempre,n un sistema dove tutto è in bilico,tutto è precario,tutto è destabilizzante,non ci sono più certezze Stato che per te non sono stato mai niente” ancora la parola “stato” si amplia, muta non è più lo stato d’animo in cui è perso il soggetto. Lo stato mentale si riverbera nel comportamento, e viene usato come verbo essere; essendo uno stato mentale che ci rende passivi è “niente” e qui si rivolge al suo Paese, “Stato che per te”diventa stato inteso nel senso di nazione, perché se l’uomo vive in uno stato anestetico, alienato nel senso distaccato, non solo dagli altri, ma anche da se stesso finisce per perdere se stesso, si inaridisce e vede tutto in modo freddo, e come conseguenza possiamo ritrovarci indifferenti, distaccati anche emotivamente, perché niente ci appartiene, nemmeno la nostra identità, che viene plasmata in una società con cittadini che si ritrovano drogati, dipendenti,dove niente li appaga, che li fa desiderare di dimenticarsi di chi sono, di essere diversi da ciò che sono e di confondersi nella massa: un identità che diventa identica a tutte le altre. Maurizio dunque elabora in questo disco, in modo estremamente attuale, anche uno dei pensieri filosofici più celebri che attraversano la storia dell’umanità:L’uomo’, come diceva Aristotele, ‘è un animale sociale , la cui condotta è orientata al benessere generale,cioè esercizio attivo della disposizione naturale propria, un essere quindi attivo. E poi Maurizio chiude questo disco dicendo Stato, ma ciò che sono sarà tuo per sempre ricollegandosi così alla tematica del tempo, riprendendo anche un pensiero di Bergson, il quale aveva ben approfondito la tematica del tempo interiore, che è quello della nostra coscienza, nella quale i vari momenti si compenetrano gli uni negli altri: questa durata interiore è l’autentica temporalità e infatti Maurizio unisce passato, presente e futuro (attraverso le parole “Stato, Sono, Sarà”) in un unico strabiliante verso che ci lascia interdetti e pieni di stupore, aprendo in noi uno squarcio che nel ferirci, ci scopre e ci rende liberi . Perchè il tempo perduto del passato non è veramente perduto, ritrovandolo prende di nuovo valore e diventa tempo vissuto che farà parte di noi anche nel futuro e, citando ancora una volta Bergson, coscienti e consapevoli che “ la memoria, è il risultato dell’intera storia dell’individuo”.

Alice Bellin

 

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