IL DRAMMA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE RACCONTATA DAL RAPPER OLOHOMA

E’ questo l’argomento di FINE, il nuovo singolo di OLOHOMA, all’anagrafe Rocco Velucci, che fin da piccolo insegue la passione per la musica, con una particolare predilezione per l’Hip Hop. Dopo un primo approccio con il repertorio americano, OloHoma si avvicina al Rap italiano con l’album dei CLUB DOGO “Che bello essere noi”, il quale influenzerà molto il suo percorso artistico. E’ infatti in questo periodo che inizia la stesura dei suoi primi testi, fino alla registrazione della sua prima canzone ufficiale dal titolo “Gabbiano”. Ma la vera svolta avviene con il singolo “Bellerin” in collaborazione con il noto rapper pugliese Plant, e che proietterà Rocco verso un tour nelle principali città italiane, inclusa Firenze, dove è chiamato a rappresentare l’Hip-Hop lucano nella serata “Musica di Basilicata”; Senza dimenticare la collaborazione con il noto e storico chitarrista di Mango Graziano Accini, nel brano “Bambino”, l’ottimo riscontro ottenuto fin qui, fanno capire a OloHoma che la strada è quella giusta, incide quindi il suo album d’esordio da cui estrae “S-Olo”, che ne riconferma i risultati, con tanto di 31mila visualizzazioni e oltre su YouTube.

FINE è un pezzo dove l’originalità e la commistione di stili la fanno da padrone, in cui l’hip hop più schietto di matrice americana, si serve dell’elettronica (nell’intro del brano a tratti rock) la quale sbaraglia ogni tentativo di sentimentalismo per sbatterci in faccia tutta la più cruda verità. Il testo lascia trasparire sin dalle prime parole, la sensibilità di una artista, che utilizza il Rap per mettere a fuoco un tema purtroppo ora molto scottante, ossia la violenza sulle donne, tuttavia- lontano da qualsiasi retorica, e dal proporre un’astratta trattazione del fenomeno- l’artista inquadra la tematica in una storia vissuta, raccontando il fatto in prima persona, attraverso la voce della protagonista di cui veste i panni all’interno del brano. E la personificazione della vittima da parte di Olohma non solo è capace di riportare fedelmente l’accaduto, ma riesce a calare l’ascoltatore stesso dall’altra parte, facendo provare a questi le sue medesime sensazioni : il senso di smarrimento e la disperazione provate dalla protagonista, con un’immedesimazione tale, che risulta difficile ala fine del pezzo, togliersi di dosso l’amaro in bocca e il profondo senso di abbandono. Un senso spiazzante di paura, di inquietudine reso anche dall’intro strumentale, che avvolgendo l’atmosfera di oscurità, calandoci immediatamente nella notte di una vita tormentata: “Da due notti chiusa in camera non sono più quella di prima…un occhio nero mi rende più fragile, più di questa bottiglia di vetro da dove bevo le mie lacrime, ho paura di uscire di casa…un dolore e un senso di vuoto di cui si sente traboccante, come le sue lacrime, la cui immagine che il testo ci riporta agli occhi, ostentano il tentativo di far tacere un inspiegabile e inutile senso di colpa che la travolge insieme a tutto il resto. “Non posso farcela devo reagire, ho bisogno di qualcuno mi deve capire, ho bisogno di un abbraccio, lo devo sentire”: l’appello di chi sa che non può farsi carico da solo di tale fardello, e che risuona perentorio, un monito per chi ascolta, a guardarsi intorno, cercando di cogliere le difficoltà di chi si trova in una situazione simile, chiamando in causa ciò che di più caro abbiamo, ovvero i nostri legami affettivi.

Il sangue sul volto, l’ossessione che aveva…calci e pugni, schiena rotta, ‘mamma è un incidente, sono caduta dalla scale, non è niente’; ‘non posso giustificarlo, non mi ama, mi fa male,stasera lo lascio…” Il conflitto interiore tra il voler reagire, come è confessato apertamente nel ritornello, e il nascondere tutto anche a se stessi, il sotterrare l’evidente “non senso” di qualcuno che dichiara di amarci, sfregiandoci poi il volto. “Potrei pensare addirittura di denunciarlo” quasi che il solo “pensiero” renda colpevole anche la vittima stessa, lo sconforto di chi si sente inerme di fronte al proprio carnefice ma, al stesso tempo, un sentimento che ancora la lega a quest’uomo violento. Il lento ma fragoroso precipitare di quel lieve sussulto di coraggio in un abisso infinito dove il peso dell’inadeguatezza, risulta impossibile da sopportare e dove -senza alcun “Lieto” a precederla- la parola FINE chiude quella che “Non è una favola”, ma il dramma di chi ha sofferto le percosse di mani incapaci di trattenere la rabbia, e risente ora quella sofferenza dentro di sé.

Sonia Bellin

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